Padre nostro di Angela Lehner: L'ironia come strategia di conoscimento
- Alessi Schreiber

- 1 mar 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Cosa significa raccontare una donna senza paura in un sistema che esige la paura come norma? Angela Lehner affronta questa domanda in Padre nostro (Hanser Berlin, 2019; Ischìre, 2026) costruendo una protagonista che attraversa l'ospedale psichiatrico come chi attraversa un campo minato con la consapevolezza che l'unica risposta possibile sia l'ironia. Non l'ironia come distacco cinico, ma come strumento epistemologico: un metodo per svelare le falle delle strutture di potere e resistere all'imposizione di verità assolute.
Eva Gruber arriva nel reparto psichiatrico di una vecchia clinica viennese scortata dalla polizia. I motivi del suo internamento restano sospesi in una zona d'ombra che il romanzo non dissolve mai: vuole uccidere il padre, o almeno è quello che vuole far credere. Presa in cura dal dottor Korb, primario del reparto, Eva inizia a raccontare la propria vita – un'infanzia nella Carinzia cattolica e conservatrice, un fratello (Bernhard) anch'esso ricoverato nella stessa struttura, genitori con cui la relazione è irrimediabilmente compromessa. Ma il confine tra verosimile e reale viene costantemente travalicato, rendendo impossibile distinguere tra verità biografica e manipolazione narrativa. Questa indecidibilità non è un difetto strutturale del romanzo: è il suo fondamento critico.
Lehner costruisce Eva Gruber come una figura che rifiuta sistematicamente la paura. Non teme gli altri pazienti – nemmeno i più problematici –, non teme l'autorità del personale ospedaliero a cui risponde con sarcasmo tagliente, non teme il dottor Korb né il giudizio che deriva dal suo racconto. Questa assenza di paura viene immediatamente percepita come squilibrio, inaffidabilità, pericolosità. Perché noi – come il dottor Korb, come l'intero apparato psichiatrico che circonda Eva – siamo ancora tristemente disabituati alle storie di donne forti. La donna impavida è sempre eretica: vittima di possessione diabolica e quindi strega, o accecata dall'amore di Dio come Giovanna d'Arco. Non esiste per lei una posizione neutrale, una possibilità di esistere senza essere immediatamente categorizzata come devianza.
Questa lettura diventa ancora più evidente quando si osserva che Lehner non si limita a descrivere una protagonista forte: racconta debole ognuno degli uomini che di Eva sono comprimari. Debole è il prete rosso che schiaffeggia Eva bambina, incapace di gestire il conflitto se non attraverso la violenza. Debole è Bernhard, che sembra voler soccombere all'anoressia come unica forma di controllo possibile sul proprio corpo. Debole è il dottor Korb, la cui autorità professionale si rivela progressivamente insufficiente di fronte alla lucidità destabilizzante di Eva. Ma soprattutto, debole è il padre: schiacciato dall'inadeguatezza derivante dall'incapacità di rispondere agli standard del patriarcato oscurantista che lo ha cresciuto, nella storia sembra anelare la propria scomparsa. Il patriarcato non opprime solo le donne: distrugge anche gli uomini che non riescono a incarnarne le aspettative impossibili.
Il linguaggio di Eva Gruber è lo strumento principale attraverso cui Lehner costruisce questa critica. Dotandola di un'ironia pungente e spiazzante, l'autrice le conferisce la capacità di svelare le contraddizioni delle strutture di potere. Quando, passeggiando nel giardino che delimita i confini della struttura ospedaliera, Eva sente giungere gli odori di una grigliata da una casa vicina, la sua osservazione è chirurgica: «il manicomio alla stregua di parco divertimenti cittadino». La giustapposizione tra la follia dell'ospedale e la vita serenamente borghese che continua indisturbata a pochi metri di distanza diventa insostenibile. L'ironia funziona qui come dispositivo che mette in guardia dal pericolo che deriva dal ritenersi depositari di verità assolute; è ciò che ricorda quanto importante sia non smettere mai di criticare lo status quo. In questo senso, l'ironia si dimostra essere una brillante strategia di conoscimento: non distrae dalla serietà del disturbo mentale, ma la rende visibile proprio perché rifiuta la retorica pietistica o la semplificazione clinica.
Lehner evita con cura l'abusata scorciatoia narrativa del trauma come spiegazione definitiva. Non c'è un evento scatenante che risolve l'enigma di Eva, non c'è una chiave interpretativa che permetta di chiudere il caso e archiviare la sua storia. Questo rifiuto della causalità lineare non è evasione: è il riconoscimento che la sofferenza psichica non si riduce mai a un singolo episodio, che il disturbo mentale è una condizione esistenziale complessa che resiste alla semplificazione narrativa. In questo modo, Padre nostro riesce a descrivere la desolazione cui si condanna – e cui condanniamo – chiunque sia afflitto da un disturbo mentale, senza ricorrere alla facile spettacolarizzazione del dolore.
Padre nostro entra nel marchio Mendel come voce della letteratura austriaca contemporanea più radicale. Accanto ai nomi già consolidati della sperimentazione di lingua tedesca, Lehner rappresenta una generazione che rifiuta tanto il realismo psicologico tradizionale quanto la sperimentazione formalistica fine a se stessa. La sua scrittura lavora sulla destabilizzazione del patto narrativo tra autrice e lettore: Eva Gruber manipola costantemente la propria storia, ma questa manipolazione non è un trucco letterario – è il punto. Il romanzo non chiede di credere a Eva, chiede di interrogare cosa significhi "credere" quando si ascolta la voce di una donna etichettata come folle. In questo senso, Padre nostro dialoga perfettamente con quella linea Mendel che privilegia opere capaci di mettere in discussione le convenzioni narrative attraverso la costruzione di voci antagoniste, personaggi che rifiutano di essere contenuti dalle aspettative del lettore.
Padre nostro può leggersi, anzitutto, come una formidabile preghiera laica intonata alla problematizzazione. Uno sforzo che Lehner sostiene per tutta la durata del libro: non solo quando evidenzia i limiti – tanti e chiari – che sono propri delle società che smettono di porsi domande, ma anche quando costruisce una narrazione che resiste a ogni chiusura definitiva. Un testo che si scaglia apertamente contro ogni forma di obbedienza acritica e che, senza mai smettere di porsi interrogativi, punta il dito contro quella stortura incivile che è il patriarcato – riconoscendone al contempo la capacità di distruggere tanto chi opprime quanto chi viene oppresso.


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