La biancheria sporca come strumento di indagine: Marina Mariasch e l'anatomia del matrimonio
- Alessi Schreiber

- 30 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
In casa non parlava nessuno. Assoluto silenzio. Da questa constatazione lapidaria prende forma Il matrimonio, il testo con cui Marina Mariasch trasforma la quotidianità domestica in materia letteraria incandescente. Settantacinque pagine che non raccontano una storia ma dissezionano un'istituzione, alternando la precisione del bisturi alla delicatezza della poesia. Il matrimonio qui non è celebrato né condannato: è osservato. Come chi studia un paesaggio familiare improvvisamente estraneo, Mariasch costruisce un'indagine che attinge simultaneamente alla sociologia, al saggio filosofico e alla prosa lirica, producendo un oggetto letterario inclassificabile quanto necessario.
Il punto di vista è duplice e questa duplicità costituisce il nervo formale dell'opera. Da un lato una narratrice in terza persona osserva la coppia con lo sguardo distaccato di chi esamina un campione al microscopio, dall'altro irrompe una prima persona più descarnata, che emerge dai frammenti come esperienza palpabile. La moglie che si perde tra le maniche della camicia del marito - "selvaggio buono, odora di dulce de leche, vaniglia, tè con latte e miele" - e la stessa moglie che constata l'erosione silenziosa della convivenza coesistono senza contraddirsi. Mariasch ha dichiarato di aver letto durante la stesura "da Engels a Kierkegaard, da Lévi-Strauss a Bertrand Russell", e questa formazione teorica si infiltra nel testo non come citazione accademica ma come metodo: la capacità di trasformare ogni gesto domestico in oggetto di studio antropologico.
La critica Mercedes Halfon, su Página/12, ha definito Il matrimonio come "una luce nera che si riflette all'interno delle pareti di una casa familiare". L'immagine coglie perfettamente il procedimento di Mariasch: una luce che non illumina ma rivela ciò che resta invisibile alla luce ordinaria. Le briciole sulla tovaglia, la lavatrice che centrifuga, i vestiti sparsi sul letto diventano strumenti di indagine per penetrare quello che l'autrice definisce "i risvolti profondi della trama coniugale".
La struttura frammentaria non è scelta stilistica ma necessità formale. Settantasei pagine organizzate in brevi sezioni che creano un mosaico emotivo e intellettuale, dove ogni frammento è un momento di consapevolezza che emerge dalla routine. Non c'è linearità narrativa perché il matrimonio stesso, nella visione di Mariasch, non è una storia con inizio e fine ma un presente continuo fatto di micro-eventi, piccole rivelazioni, silenzi eloquenti. La moglie che "è una spugna che assorbe tutto, accumula e somma", la metafora vegetale del matrimonio come "due rami dello stesso albero" che crescono insieme ma si torcono, ognuna per la sua strada: ogni immagine è satura di sensorialità ma funziona simultaneamente come categoria analitica.
Pubblicato per la prima volta nel 2011, Il matrimonio si colloca in un momento cruciale della letteratura argentina contemporanea. Mariasch appartiene alla cosiddetta "Generazione degli anni Novanta", quella che ha rinnovato profondamente il linguaggio letterario del paese attraverso l'ibridazione dei generi e una prosa che dissolve i confini tra poesia, saggio e narrazione. Mercedes Halfon nota giustamente che Mariasch, con una carriera costruita nella poesia, nella traduzione e nel giornalismo culturale, "ricorre in questo lavoro a tutti i suoi mestieri, ma specialmente al primo". Il matrimonio funziona infatti come amplificazione delle preoccupazioni liriche dell'autrice trasportate nel territorio della prosa, mantenendo quella tensione tra costruzione finzionale ed esperienza vissuta che rende il testo potente quanto inquietante.
La critica ha accostato il libro a Le cose di Georges Perec per l'attenzione maniacale agli oggetti domestici, a Elfriede Jelinek per la lucidità chirurgica nell'analisi dei rapporti di potere nella coppia, a Teorema di Pasolini per quella scrittura al presente tassativa che trasforma la narrazione in saggio. Ma l'operazione di Mariasch ha una specificità propria: la capacità di trasformare il privato in politico senza mai scadere nella denuncia didascalica, mantenendo invece un'ambiguità irrisolta che rispecchia la complessità dell'esperienza reale. Il matrimonio qui è "la famiglia come nucleo che ancora sostiene l'edificio sociale", ma anche il luogo dell'ambiguità dove convivono desiderio e rinuncia, intimità e solitudine, la tensione tra trascendenza attraverso i figli e perdita progressiva di sé.
La prosa di Mariasch è insieme poetica e chirurgica, capace di passare dal lirismo più alto - "i figli son palloncini legati ai suoi polsi. Brillanti, regalano colore al cielo, aggrovigliati fra gli alberi, ingombrano" - all'osservazione più lucida della realtà matrimoniale. Questa oscillazione non è fragilità ma rigore: è il rifiuto di semplificare ciò che è per natura contraddittorio. Attivista del movimento Ni Una Menos, docente universitaria, giornalista culturale, Mariasch scrive da una posizione che è insieme quella dell'osservatrice lucida e della partecipante emotivamente coinvolta, e questa doppiezza non viene mai risolta perché non può esserlo.
Il matrimonio non offre risposte e non propone soluzioni. Apre invece uno spazio di interrogazione profonda su cosa significhi davvero vivere insieme, costruire una famiglia, amare in un'epoca di trasformazioni radicali dei modelli relazionali. La domanda finale non la formula l'autrice ma resta sospesa per chi legge: dopo aver osservato così accuratamente l'istituzione matrimoniale attraverso il microscopio letterario di Mariasch, cosa resta del silenzio che pervade quella casa? E soprattutto: quel silenzio è assenza di parole o forma di comunicazione che non sappiamo ancora decifrare?



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