La frammentazione come forma: Bestiario di Lily Hoang
- Alessi Schreiber

- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Cosa hanno in comune un ratto in una camera di condizionamento operante, una madre vietnamita che gioca compulsivamente ai videogiochi alle cinque del mattino, e una scrittrice che imposta sveglie ogni mezz'ora per ricordarsi di non chiamare l'ex fidanzato? La risposta sta nel Bestiario di Lily Hoang, opera che rovescia la tradizione dei bestiari medievali per costruire una mappa delle dipendenze contemporanee – affettive, chimiche, culturali – attraverso la frammentazione come unica forma possibile.
L'operazione di Hoang parte da un assunto radicale: l'esperienza diasporica vietnamita-americana, con la sua doppia lingua e la sua identità spezzata tra due mondi, non può essere raccontata attraverso la linearità del memoir tradizionale. Serve una forma che accolga la contraddizione strutturale di chi appartiene a due culture senza appartenere pienamente a nessuna delle due. Il libro procede quindi per frammenti brevissimi dove ogni sezione dura poche righe o al massimo una pagina, alternando confessione autobiografica, riscrittura di fiabe, riferimenti scientifici e osservazioni quotidiane apparentemente banali.
Il dispositivo centrale è la sovrapposizione tra i ratti da laboratorio negli esperimenti di condizionamento operante di B.F. Skinner e i comportamenti compulsivi della narratrice e della sua famiglia. "Ai ratti veniva insegnato che premendo una leva avrebbero ottenuto del cibo. Successivamente venivano applicati diversi stimoli, come le scosse elettriche", spiega Hoang all'inizio del libro. Ma non si tratta di una semplice metafora: è una struttura che permea l'intera opera, dove ogni personaggio diventa un animale del bestiario personale dell'autrice, intrappolato in un meccanismo di rinforzo che non riesce a interrompere.
La madre che gioca ai videogiochi tutta la notte, la sorella morta per overdose che "anche se era nata nell'anno della scimmia, era più un ratto", la narratrice stessa che resta in una relazione con Harold nonostante i tradimenti sistematici: tutti sono ratti che continuano a premere la leva anche quando ricevono scosse elettriche invece che cibo. La dipendenza non è solo quella chimica della sorella eroinomane o quella da gioco della madre, ma soprattutto quella affettiva della narratrice che sceglie consapevolmente di restare ignorante di ciò che sa: "Non è che non sappia che Harold è un bugiardo. Scelgo di non sapere tutto quello che so. Scelgo la mia ignoranza forzata. Scelgo di essere stupida… scelgo Harold, ogni volta."
Questo meccanismo di ripetizione compulsiva è anche il meccanismo formale del libro stesso. I frammenti si ripetono con variazioni minime, come un ratto che continua a premere la leva. La narratrice racconta più volte lo stesso episodio con Harold – il tradimento, la decisione di lasciarlo, il restare "solo fino a lunedì", poi un altro lunedì, poi un altro ancora. La struttura frammentaria non è quindi un vezzo stilistico ma la restituzione formale esatta di un'esistenza intrappolata nella compulsione, dove ogni frammento è un nuovo tentativo fallito di uscire dal labirinto.
Le riscritture di fiabe tradizionali (la piccola fiammiferaia, il pifferaio di Hamelin, le tigri bianche delle leggende vietnamite) funzionano come allegorie dell'esperienza migratoria ma anche come specchi deformanti dell'autobiografia. La fiammiferaia che guarda attraverso la finestra della famiglia felice senza mai entrare, anche se fosse invitata, diventa l'emblema della condizione diasporica: stare fuori guardando dentro, sapere che anche entrando non si apparterrebbe mai davvero a quel calore. Le fiabe non offrono consolazione ma rivelano la natura costruita di ogni narrazione, compresa quella autobiografica.
Il linguaggio di Hoang alterna registri con precisione chirurgica: dal freddo resoconto scientifico degli esperimenti sui ratti alla confessione brutalmente diretta ("Ero devastata e decisi di restare con lui ancora tre giorni e far finta di niente"), dalle riscritture liriche delle fiabe ai dialoghi quotidiani con la madre sul mercato vietnamita. Questa oscillazione continua impedisce al lettore di stabilizzarsi in un'unica modalità di lettura: non si può leggere Bestiario come memoir puro, né come saggio, né come raccolta di racconti sperimentali. L'opera chiede di essere letta nella sua irriducibile ibridità.
La questione della lingua emerge costantemente ma mai in modo didascalico. Il vietnamita entra in punta di piedi, in parole isolate che la madre usa quando l'inglese non basta, o nei nomi propri che portano il peso di un'identità culturale che la generazione della narratrice sta perdendo. L'assimilazione è un processo che si paga con la perdita di sé, e Hoang lo documenta senza nostalgia ma con lucidità spietata: la narratrice è una professoressa universitaria perfettamente integrata nel sistema accademico americano, ma questa integrazione ha richiesto una frattura identitaria che il libro stesso incarna formalmente.
Bestiario trova la sua collocazione naturale in Sillabari proprio perché rifiuta i confini netti tra saggistica e narrativa, tra memoria e invenzione, tra documento e letteratura. È creative nonfiction che usa tutti gli strumenti della finzione (le fiabe riscritte, la struttura simbolica del bestiario, la ripetizione ossessiva come dispositivo narrativo) per restituire una verità emotiva che il memoir tradizionale non potrebbe contenere. Il rigore è nell'architettura nascosta dei frammenti, che solo alla fine rivelano la loro coerenza interna; la narratività sta nel modo in cui ogni frammento illumina gli altri retroattivamente, costruendo un ritratto per accumulo che è tanto più potente quanto più rifiuta la sintesi consolatoria.
L'opera di Hoang dimostra che quando la vita stessa è frammentata – dalla diaspora, dalla dipendenza, dalla compulsione – solo la frammentazione formale può restituirne l'integrità. I ratti continuano a premere la leva, e noi continuiamo a leggere, intrappolati nel labirinto insieme a loro, cercando l'uscita che forse non esiste.


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