Maternità senza moralismi: Gli occhi delle balene di Carolina Sanín
- Alessi Schreiber

- 1 feb 2023
- Tempo di lettura: 3 min
Laura vive sola con il suo cane in uno spoglio appartamento di Bogotà. La sua routine è fatta di rapide uscite in auto e impersonali incursioni al supermercato del quartiere, fino a quando un pianto nel cuore di un sabato notte non la sveglia. Fermo sul marciapiede sotto il suo balcone c'è Fidel, un bambino di pochi anni incapace di spiegare come sia finito là. Dopo averlo ospitato per qualche giorno, Laura si rivolge a un centro statale di tutela dei minori. Quella scelta, vissuta inizialmente come atto di responsabilità, si rivelerà un secondo abbandono: Fidel diventa per lei un'ossessione, qualcuno che cercherà disperatamente di incontrare nuovamente.
Il procedere della storia è scandito dall'alternarsi delle fasi emozionali che scuotono la protagonista: insicurezza iniziale, analisi goffa delle abitudini di Fidel, desiderio discontinuo di prendersene cura e poi allontanarlo, inquietante convinzione che il bambino fosse destinato a lei. L'altalenante relazione fra i protagonisti descrive la costruzione di un vincolo parentale distante dagli stereotipi.
Laura e Fidel sono due creature sole il cui avvicinamento sembra spiegarsi solamente attraverso la necessità di esporre vicendevolmente la propria condizione di marginalità. Questa condizione orienta la prospettiva che Laura adotta rispetto alla maternità: calcolatrice e dolorosa, tenera senza dubbio, ricca di fantasia ma anche di tantissima amarezza. Ognuno di questi elementi avvicina con insistenza il suo mondo a quello di Fidel, bambino senza tempo – incapace di guardare al suo passato e impossibilitato a muoversi verso il futuro, inchiodato com'è alla sua condizione d'orfano che sembra privarlo d'ogni prospettiva.
Carolina Sanín mostra interesse per la natura fanciullesca delle persone e la forma in cui queste si relazionano alle proprie emozioni. Il titolo originale, Los niños, evidenzia il profilo infantile di Laura e la generale impotenza dei protagonisti di fronte agli accadimenti che scandiscono le loro vite. Sanín riflette sulla sfiducia e l'insicurezza insite nella mancanza di tacita comprensione che aleggia sul rapporto fra adulti e bambini, le cui visioni del mondo si articolano a partire da prospettive vitali profondamente differenti.
Il romanzo parodia quelli che riconosciamo essere paradigmi comunicativi infantili, linguaggi che sappiamo appartenere ai bambini e attraverso i quali questi ultimi esprimono le proprie emozioni e, nel relazionarsi agli altri, tentano di trasmettere le proprie inquietudini – quelle che derivano dalla necessità di condividere il proprio spazio con estranei. Allo stesso tempo, nel descriverne la relazione, Sanín ne rende manifesta l'ingenuità innocente che rintraccia in ogni novità una scoperta.
La figura di Fidel risponde alla necessità narrativa di rappresentare la solitudine: quell'invisibilità che ogni bambino sperimenta nel trovarsi incapace di esprimere, come invece farebbe un adulto, le esperienze che descrivono il suo vissuto. Fidel rappresenta per Laura l'opportunità di confrontarsi con ciò che per lei è sconosciuto: la vita pubblica mediata da quotidiane relazioni sociali. L'arrivo del bambino in principio la spaventa – è un'intromissione nel proprio mondo privato – e la fa sentire fuori luogo di fronte alla scarsa familiarità con le regole sociali che governano lo spazio pubblico. Un luogo che la protagonista ha sempre preferito evitare, privilegiando un autoisolamento che insieme patisce e alimenta di un'immaginazione ingenua: genera mondi, spazi remoti e fantastici che le consentono di allontanarsi dalle sue preoccupazioni e responsabilità.
Nell'inatteso finale del romanzo pubblicato per il marchio Mendel, Sanín ricorda al lettore che gli è stato consentito sbirciare nella vita di Laura e Fidel ma che quel tempo ora è terminato. Non è dato sapere se il bambino verrà poi adottato, se il furore che lo affligge sia solo un disturbo passeggero, se la donna riuscirà mai a essere una buona madre. Al lettore rimane in consegna un interrogativo: come si può esserlo?
Gli occhi delle balene è un'opera inquietante, sconcertante, a tratti divertente. Una storia che descrive una maternità senza moralismi e che obbliga chi legge a interrogarsi sulla naturalità di certe relazioni, la gestione delle emozioni e la solitudine. Sanín costruisce un romanzo che rifiuta ogni facile consolazione narrativa, lasciando chi legge con domande più grandi delle risposte – esattamente come Laura di fronte a Fidel.


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