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Anon: il corpo come campo di battaglia

  • Immagine del redattore: Alessi Schreiber
    Alessi Schreiber
  • 4 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

«Anon mi afferrò la mano quasi con forza, e guidando il mio dito me lo portò sulla parte alta del seno sinistro». Il libro si apre così: con un gesto che è insieme una confessione e una condanna. La protuberanza che la narratrice sente sotto il dito viene descritta come qualcosa con «una testina appuntita, come la bocca spalancata di un coccodrillo che ancora appare docile, ma che senti si sta preparando all'attacco». Anon lo sapeva già prima di mostrargliela. Medica, infermiera, guaritrice di un intero quartiere. Ha riconosciuto immediatamente quello che aveva nel petto, e ha scelto di non combatterlo.


Questa è la domanda che percorre tutto il romanzo di Anoush Sargsyan: perché una donna che conosce ogni forma di cura e di assistenza rinuncia a curarsi? E la risposta che il libro costruisce - lentamente, senza solennità, attraverso decenni di vita quotidiana nella città armena di Kirovakan - non ha niente di sentenzioso. Anon non è una martire, non è una vittima nel senso rassicurante del termine. È una donna che ha semplicemente esaurito il desiderio di vivere prima che il corpo si fermasse.


Anon (Անոն) è un romanzo breve strutturato in undici sezioni, scritto in armeno orientale e pubblicato da Antares nel 2021, candidato al Premio Letterario dell'Unione Europea dello stesso anno. La traduzione italiana è di Ira Agassi. La forma scelta da Sargsyan - la voce di una nipote che ricorda la zia - porta con sé una tensione costante tra prossimità e cecità: la narratrice è dentro la storia, l'ha attraversata, ma capisce solo in ritardo quello che stava accadendo. Questo sfasamento temporale non è decorativo. È il meccanismo con cui il romanzo interroga la capacità collettiva di vedere le donne che si consumano accanto a noi.


Anon
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Anon è la più piccola dei sette figli di una famiglia armena: studia medicina a Kirovakan, lavora nel reparto maternità, corre di notte a fare iniezioni ai vicini, porta a casa il lorr avanzato dal fondo delle pentole dell'ospedale per sfamare i bambini degli altri. «Anon non apparteneva più a sé stessa, ormai era di tutti». Questa frase, apparentemente un elogio, è in realtà la diagnosi del libro. La generosità di Anon non è una virtù libera: è il prodotto di un sistema che ha organizzato la sua vita attorno ai bisogni altrui prima ancora che lei potesse immaginarne di propri. Il matrimonio con Gugò - scalpellino taciturno, devoto a distanza, incapace di offrire quello che lei aveva sognato - arriva inevitabilmente, come arrivano tutte le cose inevitabili nei libri che parlano di come il destino sia spesso il nome che diamo alla mancanza di alternative.


Il romanzo si svolge sullo sfondo del terremoto armeno del 1988 e del crollo dell'Unione Sovietica, ma Sargsyan non fa del contesto storico una cornice esplicativa. Il sisma irrompe nella narrazione come irrompe nella vita delle famiglie: non come evento separato ma come ulteriore strato di frattura sovrapposto a fratture già esistenti. La casa che resiste al terremoto fisico è già da anni lesionata dall'interno - dalla convivenza con la suocera Sirush, dalla malattia mentale progressiva del figlio Arsen, dal silenzio coniugale che si approfondisce finché «anime e corpi iniziano a separarsi, come coniugi che sono diventati estranei».


La scrittura di Sargsyan è viscerale e meditativa allo stesso tempo, con un senso del ritmo che ricorda le tradizioni orali: frasi che si ripetono e variano leggermente, immagini che tornano trasformate - la luna, le pietre, il movimento dell'acqua, il suono che precede i terremoti di Loṙi che «anche un bambino riconosce». Il tempo del romanzo è stratificato: la storia di Anon viene raccontata in modo non lineare, con lampi del passato che emergono mentre la narratrice assiste all'avanzare del cancro. Questa struttura riproduce il modo in cui funziona il lutto anticipatorio: si ricorda per sopravvivere a quello che sta per accadere.


Quello che distingue Anon da una narrativa semplicemente elegiaca è la disposizione del libro a non risolvere le sue tensioni morali. La narratrice ama Anon profondamente, ma ammette anche di non averla vista. Si chiede se Anon avesse avuto diritto alla sua resa - e poi si chiede se quella resa non fosse ingiusta nei confronti di Arman, il secondo figlio, che sopravvive alla madre come un'ombra sempre più incomprensibile. Il libro non assolve e non condanna. Tiene aperta la domanda su cosa significhi «amare» in un contesto che non ha mai insegnato alle donne come essere amate.


L'ultima parola è di una madre che va al cimitero e sussurra alla pietra di Anon: «Che bello che sei morta. Altrimenti saresti morta una seconda volta». È una frase che il libro guadagna - non è una provocazione, è il riconoscimento estremo di una vita che era già stata consumata da viva. Sargsyan non offre consolazione. Offre testimonianza.

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