Il resto del mondo rima: nascondersi è un modo di essere
- Alessi Schreiber

- 5 mag 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Julia Bazin si sfila la flebo dal braccio — «benché "strappare" sia un verbo troppo brutale per descrivere l'atto millimetrico di estrarre un ago conficcato in una vena» - e inizia a perlustrare la stanza buia. Trova un beauty case, un rossetto, una gomma da masticare che mastica «avidamente finché non ricomincia a produrre saliva e, con essa, l'illusione dell'acqua». Trova un camice bianco con un nome ricamato sul taschino: Mónica Elzester. Se lo infila.
A quel punto del romanzo sono passate forse trenta pagine. Sappiamo già che c'è stato un incidente sulla Ruta 1, sette morti, due sopravvissuti; sappiamo che Julia è una di quei due, biologa, che lavorava alla ricerca cosmetica in qualcosa che non le apparteneva. Quello che non ci aspettiamo è che la scena in cui indossa il camice di un'altra persona non suoni come un gesto estremo. Suona come un sollievo. «Da quando l'hanno ricoverata si sente al sicuro per la prima volta nella vita. Se si esclude l'odore di etere, l'ospedale è un luogo di certezze, di riparo, di poche spiegazioni».
Carolina Bello costruisce il suo romanzo intorno a questa logica - non la espone, la abita. Julia non viene spiegata al lettore; il narratore entra nella sua prospettiva e ce la lascia operare dall'interno, con la sua grammatica. Da bambina barava al nascondino tenendo gli occhi aperti nel buio mentre le amiche si nascondevano; da adolescente si rifugiava sotto il telo della Mehari di Javier per sparire dal campo visivo di tutti; adesso occupa il ripostiglio delle scope di un ospedale e si aggira per i corridoi con il camice di una dottoressa. È lo stesso gesto, ripetuto su scala diversa. Nascondersi è, come scrive Bello, «un modo di essere e stare, tutto in uno, come il verbo in inglese».
L'altra voce del romanzo è Andrés Lavriaga, il secondo sopravvissuto: cresciuto a Melilla con suo fratello gemello Ernesto e una madre che li frustava con metodo, trovato un giorno in lacrime sul terreno incolto di via Las Mulitas dall'impiegata della biblioteca pubblica, Cristina. È lei che lo porta dentro tra i libri, gli cura la ferita al braccio con acqua ossigenata e tintura di iodio, e da quel pomeriggio cambia qualcosa. Andrés impara a leggere - o meglio: impara che nei libri trova frammenti della propria vita. Suo padre si chiamava Prudencio, come il padre di Horacio Quiroga; suo fratello Ernesto, come nel libro di Oscar Wilde che lui aveva pronunciato «Güilde» al banco dei prestiti. La madre, Nibia, non la trovava in nessun libro. E Fátima - la ragazza che piaceva a entrambi i fratelli, che amava che Andrés le leggesse Quiroga ad alta voce perché «sembravano storie dell'orrore» - la vedeva nelle pagine, perché nei libri l'amore finisce sempre a fare danni.
I due fili si intrecciano in ospedale: Julia si presenta ad Andrés come Mónica Elzester, medica di turno; lui le chiede della gamba amputata, lei prescrive qualcosa su un ricettario che non sa compilare, gli sistema il cuscino. È una scena paradossale e precisa al tempo stesso: due persone che si incontrano in uno spazio sospeso tra la vita ordinaria e la sua interruzione, ciascuna con le proprie ragioni per non voler tornare a quella vita.
Il contesto è l'Uruguay del 2002: la crisi economica che svuota i conti in banca, i quartieri che cambiano faccia, Ernesto e Andrés che pianificano una rapina seduti sul bordo del ruscello di Melilla mentre la madre dorme sulla sdraio. Bello non usa il 2002 come scenografia storica - lo usa come il momento esatto in cui per certi tipi di vite le alternative si chiudono, o sembrano chiudersi. I fratelli non sono criminali di professione né eroi mancati. Sono due uomini che cercano una via d'uscita e ne trovano una che finisce male.
Il finale - Julia che copia a mano, in un internet point chiamato S. Connor, un racconto di Borges (La storia dei due che sognarono) per lasciarlo sul cuscino di Andrés prima di uscire - non si spiega da solo, ma acquista peso se si tiene in mente tutto quello che è venuto prima: Andrés che legge appoggiato alla lamiera dell'officina, Fátima che gli chiede cosa sta leggendo, i libri come «scatole cinesi che si trovano a vicenda». Julia scrive per Andrés nel solo linguaggio che ha visto lui capire davvero. È l'unico gesto del romanzo in cui qualcuno cerca di farsi vedere, invece di sparire.
La traduzione di Ilia Pessoa porta in italiano una prosa che lavora per stratificazione: frasi brevi che si addensano, oggetti concreti che portano memorie, il ritmo della voce di Julia diverso da quello della voce di Andrés. Il titolo - «il suono di tutte le cose, quello che le rende invisibili quando il resto del mondo rima» - viene pronunciato nel romanzo da Ernesto, sul bordo del ruscello, con la madre che dorme. È uno dei pochi momenti in cui Ernesto dice qualcosa di sensato. Andrés lo ascolta e, per una volta, sa che ha ragione.



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