Lacerazioni: il trauma come architettura
- Alessi Schreiber

- 6 gen 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il seminterrato ha una porta che non viene aperta da settimane. Frances James lo sa, o forse lo immagina: nella geometria di Lacerazioni, romanzo d'esordio della canadese Erica McKeen, la distinzione tra sapere e immaginare è esattamente il terreno che cede sotto i piedi. L'università è quasi finita, l'inverno non passa, e qualcosa si muove dentro le pareti della camera più buia di una casa in affitto a London, Ontario - una casa grigia con un tetto che sembra nero in piena luce estiva, descritta fin dall'incipit con la precisione chirurgica di chi conosce i posti che fanno male.
Lacerazioni - uscito nel 2022 per Invisible Publishing con il titolo Tear e vincitore del Kobo Emerging Writer Prize 2023 - è un romanzo che lavora sulla soglia. Non tra il reale e il soprannaturale, ma tra il trauma e le strutture che lo ospitano: le case che diventano menti, le menti che diventano case. Frances è una narratrice inaffidabile nel senso più preciso del termine - non perché menta, ma perché la realtà intorno a lei ha smesso di essere stabile abbastanza da essere narrata in modo coerente. I suoi ricordi affiorano come oggetti parzialmente sommersi: il padre assente, la madre che forse l'ha portata sull'acqua per annegare, un'amica d'infanzia che sosteneva di averla immaginata in esistenza. Ventuno anni di piccole cancellazioni: essere trascurata, fraintesa, non amata abbastanza.
La critica canadese ha letto Lacerazioni - e difficilmente poteva fare altrimenti - nella tradizione della casa infestata come spazio psicologico: una linea che da The Turn of the Screw arriva a Shirley Jackson, con una sosta obbligata in Freud, precisamente nel concetto di unheimlich, il perturbante, ciò che è familiare e insieme estraneo. La stessa McKeen ha dichiarato di avere in mente Mary Shelley quando scriveva: «L'orrore diventa davvero terrificante nel momento in cui scivola improvvisamente e quasi senza cuciture dal familiare all'inaspettato». La costruzione è doppia: la prima parte del romanzo è psicologia del perturbante, la seconda è orrore corporeo - sangue, pelle, capelli, denti - con una creatura della parete che alla fine prende forma, che sia nella realtà o nella mente di Frances, cosa che McKeen si guarda bene dal chiarire.
Quello che distingue Lacerazioni dalla narrativa horror di genere - e che giustifica la sua presenza in Faulas anziché in un catalogo di nicchia - è la coerenza formale con cui il trauma viene trattato come questione strutturale e non soltanto emotiva. La prosa di McKeen è densa, con aggettivazioni volutamente dissonanti: il silenzio coagula, la luce lunare spinge su i pensieri, il buio è spesso e dolce come gelatina. È una lingua che non si limita a descrivere uno stato alterato ma lo produce nel lettore, attraverso una sintassi che mima la dilatazione e la compressione del tempo che Frances sperimenta nella discesa. Broken Pencil ha parlato di «romanzo in palinsesto», e l'immagine è giusta: Lacerazioni si stratifica, e alcune cose diventano leggibili solo in una seconda lettura.
C'è anche una lettura più materiale che la critica canadese ha proposto: quella della casa come prodotto di un mercato immobiliare tossico, la precarietà abitativa delle studenti come condizione che predispone all'isolamento e alla vulnerabilità. Il 48 di Ford Crescent non è soltanto una casa infestata - è una casa in affitto mal tenuta in un quartiere segnato dalla classe sociale, e la posizione di Frances nel seminterrato non è soltanto simbolica. McKeen presta attenzione ai marcatori socioeconomici degli ambienti con una precisione che non è decorativa: il degrado fisico degli spazi è il degrado delle relazioni che li abitano.
Lacerazioni è il tipo di romanzo che Faulas esiste per pubblicare: una narrativa letteraria contemporanea che usa le forme del genere - il perturbante, il gotico, il body horror - come strumenti di indagine culturale, senza cedere né alla spettacolarizzazione né al moralismo. Un romanzo su cosa succede quando nessuno guarda per le donne che si perdono nel buio, e su cosa quel buio alla fine produce.



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