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Carolina Sanín: l'antagonismo come natura

  • Immagine del redattore: Ciro Auriemma
    Ciro Auriemma
  • 22 giu 2023
  • Tempo di lettura: 4 min

Carolina Sanín Paz nasce a Bogotá nel 1973. Si forma in Filosofia e Lettere alla Universidad de los Andes, quindi consegue il dottorato in Letteratura Ispano-Portoghese a Yale con una specializzazione in letteratura medievale. Insegna scrittura e letteratura, è stata columnist per El Espectador, Semana e Vice, e nel 2019 recita come protagonista in Litigante di Franco Lolli, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Ha pubblicato romanzi (Todo en otra parte, Gli occhi delle balene), racconti, letteratura per l'infanzia e quattro volumi di saggistica narrativa tra cui Siamo luci abissali (2018) e El sol (2022). I suoi libri oltrepassano sistematicamente i confini di genere. Un tratto distintivo che attraversa tanto la sua opera letteraria quanto la sua presenza pubblica.

«Ho coltivato l'antagonismo da sempre, con inconsapevole adempimento. Mi hanno raccontato che quando ero molto piccola e qualcuno si avvicinava per dire "Che bella", io rispondevo "Io mangio la gente". Non posso evocare un tempo anteriore al confronto, un giardino dove sia stata concorde. Per me, arrivare al mondo dev'essere stato arrivare come discorde. O forse la discordia iniziò poco dopo, quando uscii di casa e mi accorsi che c'erano persone che non mi chiamavano per nome»

Non si tratta di una posa intellettuale. È qualcosa di costitutivo, una forma di dissidenza che precede la coscienza stessa. La memoria autobiografica diventa rivelazione di un carattere che si è formato contro, non attraverso l'adesione.

Questa discordanza originaria non è rifiuto gratuito delle convenzioni, ma ricerca estetica precisa.


«Sono sempre più interessata a cercare l'espressione anteriore alla convenzione, e la poesia mi dà molta più libertà o forse più possibilità di avvicinarmi a quella purezza dell'origine dell'espressione. Cerco di schivare l'imposizione di completare e arrotondare, mi interessa di più l'incompleto e lo sfuggente»

La sua scrittura cerca di muoversi indietro, di sottrarsi all'imposizione narrativa tradizionale, di trovare una lingua prima della lingua. Il gesto che sintetizza questa poetica è il canto. «Mi piacerebbe davvero recitare, ho pensato di recitare in qualche opera. In fondo a tutto ciò che ho detto, il saggio che diventa poesia, la ricerca di un cammino che non sia narrativo, stiamo parlando di cantare. Io non so cantare, non ho mai cantato, ma sto capendo che tutto ciò che voglio fare è scrivere come se cantassi». Il canto come forma primaria dell'espressione, anteriore alla narrativa, al ragionamento, alla convenzione stessa del linguaggio. Il musical e l'opera sono, per lei, l'opera d'arte per eccellenza «perché scopri che l'artificio è parlare come se cantassi, perché in qualsiasi espressione, in qualsiasi atto di parola, c'è sotto la necessità della canzone».


Questa tensione verso l'origine si traduce in una poetica del barocco. Interrogata sul posto che occupa il corpo nella sua scrittura, risponde: «Credo che ciò che scrivo sia barocco; che cerco di vedere come gli oggetti della mia attenzione - e le frasi in cui la mia attenzione risiede e si forma - esistono convertendosi in altre, riflettendosi in altre e facendosi ornamento di altre in una successione infinita e inafferrabile. Vedere così le cose implica forse vederle organicamente: come corpi e come componenti di un solo corpo che sempre sta andando via». La metamorfosi perpetua, l'impossibilità di fissare un'immagine definitiva: questo è il principio compositivo che governa i suoi libri. E c'è una violenza in questo processo.


«La metafora è una specie di rapimento. Il suo effetto è la metamorfosi, e il cambiamento di forma è necessariamente violento»

L'antagonismo di Sanín si è manifestato anche attraverso polemiche che l'hanno accompagnata: il licenziamento dalla Universidad de los Andes nel 2016, la rescissione del contratto con la casa editrice messicana Almadía, le accuse dopo una presa di posizione sul dibattito femminista e trans nel 2017. Ma ciò che appare come provocazione è, nella sua visione, rifiuto dell'uniformizzazione imposta dalla cultura digitale.


«I meme, le gif, le emoji, gli sticker — e tutti i cliché imposti dai social network — fissano, limitano e uniformizzano. Tendono, da un lato, alla catalogazione delle impressioni e delle attitudini umane, e dall'altro, all'istrionizzazione eccessiva di ogni risposta emozionale — e, chiaro, all'eliminazione di ogni risposta intellettuale. Si aspetta e si ordina che la tua espressione sia convenzionale e sia, allo stesso tempo, smodatamente drammatica. La frase ricevuta si impone e detta una morale»

Contro questa standardizzazione, rivendica il diritto alla complessità, alla contraddizione, al disaccordo intellettuale. In un'intervista argentina afferma che «la cultura della cancellazione è finita per essere un'inquisizione. Alla fine ciò che si sta cancellando è la sfumatura, la possibilità di pensare due cose allo stesso tempo e la complessità dell'essere umano».

Non è nostalgia per un passato letterario idealizzato. Rifiuta con la stessa veemenza tanto la letteratura di consumo senza qualità quanto le forme anacroniche del romanzo tradizionale.


«Il mio peccato principale è stato parlare male di certi scrittori di cui non si doveva parlare male e che, realmente, mi sembravano molto mediocri. In Colombia non si distingue il best seller, senza qualità letteraria, dallo scrittore che potrebbe avere qualità letteraria. Inoltre c'è una confusione molto grande tra lo scrittore rilevante socialmente e il buon scrittore. Se non parlo io non lo farebbe nessun altro scrittore o scrittrice in Colombia. È il ruolo in cui mi sono messa perché posso»

In El sol riflette sulle conseguenze di questa postura: «Credo, come la tradizione letteraria, che l'astuzia sia la virtù che avvicina all'immortalità, e so di non essere stata astuta: non ho saputo leggere il desiderio altrui per usarlo a vantaggio della mia pace. Se l'avessi saputo, avrei desistito dalla mia ricerca di nemici, un'attività che mi inquieta e mi semina di rocce il cammino. Ho agito più come una fiera che come un dio; sentendomi una fiera, ho protetto coi denti la caverna dove avrei potuto applicarmi ad ascoltare dagli dei la lezione sull'astuzia, che è il saper essere in modi distinti; che è la prudenza, che è il saper rispondere a ogni cosa non secondo la cosa, ma secondo il tempo; che è la pazienza».

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