Il regno di Jakob Mendel
- Alessi Schreiber

- 2 gen 2023
- Tempo di lettura: 3 min
Nel 1929 Stefan Zweig pubblica una novella breve che racconta la storia di un commerciante di libri ebreo russo-polacco nel cuore della Vienna asburgica. Jakob Mendel passa le sue giornate al Café Gluck in Alserstraße, seduto sempre allo stesso tavolo d'angolo, accanto alla stufa di ferro. Il caffè è il suo regno, i libri la sua unica dimensione esistenziale. Non possiede un negozio, non ha scaffali né inventari fisici. La sua bottega è la memoria: una catalogazione mentale prodigiosa, enciclopedica, di ogni volume mai pubblicato. Clienti colti e professori universitari vengono da lui per ottenere titoli irreperibili, edizioni dimenticate, autori sconosciuti. Mendel non consulta cataloghi, non prende appunti. Chiude gli occhi, si dondola leggermente, e dalla vastità della sua memoria estrae informazioni precise come se sfogliasse un archivio invisibile.
La Grande Guerra distrugge questo equilibrio perfetto. Nel 1915, a causa di una lettera ricevuta da corrispondenti stranieri, Mendel viene falsamente accusato di collaborazionismo e deportato in un campo di concentramento. Quando torna a Vienna, verso la fine del conflitto, il mondo è mutato irreversibilmente. La memoria che lo aveva reso leggendario si è spenta, gli occhi non riescono più a mettere a fuoco le pagine, il Café Gluck ha cambiato proprietà e il nuovo gestore non sopporta quel vecchio che occupa un tavolo per ore senza consumare. I clienti fedeli sono scomparsi o morti. Mendel muore povero, dimenticato. Quando il narratore torna al caffè anni dopo e chiede di lui, nessuno ricorda più Jakob Mendel.
La novella di Zweig è innanzitutto una meditazione sulla fragilità della memoria culturale. Jakob Mendel incarna l'idea che l'esistenza acquista sostanza solo quando viene raccolta in forma di libro, quando gli eventi destrutturati della vita trovano la stabilità della pagina stampata. Ma Zweig ci mostra anche quanto sia effimera questa stabilità: basta un conflitto, un cambio di gestione, tre anni di oblio, e anche il più straordinario custode di memoria scompare senza traccia. Il personaggio di Mendel diventa metafora di una precisa concezione del lavoro culturale: quella di chi non produce libri per accumulare capitale, ma per tessere relazioni, per connettere chi cerca con ciò che deve essere trovato. Il suo commercio non è transazione economica, ma mediazione culturale.
La figura di Jakob Mendel vive nell'ostinazione di chi si oppone all'economia industriale del libro attraverso la conoscenza profonda, l'attenzione al particolare, la dedizione assoluta. Non è un libraio che vende bestseller, ma un intermediario che riconosce in ogni lettore una domanda specifica e sa come rispondere. La sua memoria non è semplice accumulo, ma sistema di relazioni: ogni titolo connesso ad autori, edizioni, anni, luoghi di pubblicazione. È la catalogazione come atto creativo, la bibliografia come forma d'arte.
Il marchio Mendel riprende questa vocazione: quella di chi non subordina il valore letterario alle presunte necessità del mercato, ma costruisce un catalogo attraverso scelte di mediazione culturale consapevole. Come Jakob Mendel tesseva relazioni tra lettori e libri rari, il marchio si propone di connettere il pubblico italiano con voci letterarie che sfidano le convenzioni, che praticano la sperimentazione formale, che richiedono l'attenzione e il rigore che solo la piccola editoria può garantire. È un progetto che riconosce nella traduzione lo strumento per far attraversare confini a opere che, senza questa mediazione, rimarrebbero irraggiungibili. Un lavoro di ostinata dedizione, dove ogni titolo è scelto non per aderire a formule già note, ma per proporre al lettore italiano la scoperta di territori narrativi inesplorati. Come Mendel conosceva ogni volume, il marchio conosce ogni autore che pubblica, ogni scelta stilistica, ogni rischio formale assunto.

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